martedì 19 agosto 2008

La voce dei colori

L’arte intesa come manifesto sociale si affermò nel primo decennio del sec.XX come prestito di un linguaggio politico, in occasione delle verità sociali, un desiderio di contribuire in modo diretto alla lotta contro la guerra, contro la fame ed i bisogni umani che urgevano in quel periodo. Ma siamo in una nuova era dove l’apparenza invece acceca le nostre menti e i nostri sentimenti, un’era dove l’inganno di vivere una realtà felice è più forte della nostra cecità. Quest’inganno oggi è fortemente presente nel linguaggio artistico contemporaneo che spesso nega all’arte ogni fine utilitario e ogni rapporto con la vita pratica e sociale, un’arte ferma ad una pura forma estetica ed equilibrata o solo ad un’accurata ricerca di una tecnica raffinata e virtuosa dove la funzione è soprattutto la crescita del mercato di tali opere. Ma se la guerra fatta con fucili e cannoni è finita, un altro tipo di guerra ancora più critica è cominciata ed è la “guerra delle bende sugli occhi”, una guerra che nasconde le sue bruttezze sotto un caldo covo di ipocrisie. E gli artisti che devono essere pronti a raccontare attraverso le immagini il proprio tempo cosa stanno facendo? Se da sempre l’arte ci ha tramandato i costumi, le usanze, le religioni, le guerre di ogni tempo, oggi perché tutto è fermo all’estetica e all’apparenza? L’artista ha il dovere di usare al meglio i propri mezzi espressivi affinché la sua arte agisca fortemente sulla sensibilità delle persone, l’opera d’arte deve essere la voce scavata tra i colori che in maniera assillante scuoti gli animi umani per obbligarli a vedere ed a capire che la guerra non è finita, che la guerra è ancora viva nelle violenze consumate tra le mura domestiche, che i caduti di guerra sono i migliaia di giovani morti per overdose, e che le lacrime delle madri versate nei tempi hanno la stessa amarezza di tante madri che piangono ai piedi di un letto d’ospedale in attesa che arrivi in tempo un cuore nuovo per il loro figlio. Lo spirito di quegli artisti che ha urlato con i colori e con le immagini un secolo fa non deve andare a spegnersi, io nel mio piccolo cercherò sempre di raccontare nei miei lavori ciò che il vicino non vede più ,che finge di non vedere, o che ha già dimenticato. Non ho altre armi che i miei pennelli e i miei colori per aiutare qualcuno, lo so che non basta ma ci provo.

Aurora Cubicciotti